martedì 13 gennaio 2026

3 MICROFONI PER LA CRONACA: SPECIALE USA - VENEZUELA

Sabato 3 gennaio, alle 2 di notte locali (le 7 del mattino italiane) gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela. O meglio: Donald Trump ha attaccato il Venezuela, visto che l’operazione è stata condotta per decisione del presidente USA senza prima consultare o avere l’approvazione del Congresso.
I bombardamenti statunitensi hanno colpito la sede del parlamento venezuelano e alcuni obiettivi militari, causando feriti e vittime, anche civili: al momento di andare in pubblicazione con questo articolo, le stime diffuse parlano di almeno 40 persone morte. Caracas ha risposto dichiarando lo stato di emergenza nazionale e denunciando una “aggressione militare”. Russia, Cina, Brasile e Cuba hanno condannato l’azione statunitense, mentre Unione Europea e Regno Unito hanno scelto toni più blandi chiedendo una transizione pacifica e rispettosa del diritto internazionale.
Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e la moglie, Cilia Flores, sono stati “catturati”, come ha scritto lo stesso Trump sul social Truth dandone notizia, e portati negli Stati Uniti. Mentre per il presidente statunitense si tratta di “legittimo arresto” giustificato dal capo d’accusa di “narcoterrorismo”, con cui Maduro e la moglie sono al momento incriminati negli USA, molte persone esperte di diritto a livello internazionale non lo considerano tale ma lo giudicano un “sequestro di persona”.

A esporsi maggiormente, in Europa, sono stati Giorgia Meloni e Pedro Sanchez. Il primo ministro spagnolo, primo in Europa a reagire all’attacco, ha dichiarato su X che “la Spagna non ha riconosciuto il regime di Maduro. Ma non riconoscerà nemmeno un intervento che viola il diritto internazionale e spinge la regione verso un orizzonte di incertezza e belligeranza”.
La presidente del Consiglio italiana ha invece espresso appoggio a Trump, sostenendo che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Ma l’attacco USA al Venezuela sembra aver poco a che vedere con il narcotraffico (a causare i maggiori problemi agli USA in tal senso è infatti il Messico) e con la necessità di democrazia, mentre sembra sempre più motivato dalla volontà statunitense di controllare quello che Washington considera il proprio “giardino di casa”, cioè il Sud America, in particolare le sue ricche risorse energetiche, soprattutto il petrolio. Una tesi sostenuta anche dall’assenza di un piano politico chiaro per il futuro del Venezuela.
Un intervento senza precedenti e il caos politico

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