Altri conflitti nell'area che appaiono strettamente correlati alla guerra civile ruandese, e al conflitto fra Hutu e Tutsi, sono la prima guerra del Congo (1996-1997) e la seconda guerra del Congo (1998-2003). A causa della forte correlazione fra questi eventi e altri successivi (alcuni dei quali ancora in corso), alcune fonti forniscono diverse datazioni per la guerra civile ruandese, o addirittura la considerano non ancora conclusa.
Il conflitto ha le proprie origini nelle tensioni etniche fra Hutu e Tutsi che furono rafforzate in epoca coloniale in seguito alla scelta dell'amministrazione belga di formalizzare e consolidare la contrapposizione fra i due gruppi. Ai Tutsi, che costituivano l'aristocrazia tradizionale ruandese, furono concessi numerosi benefici e uno status sociale esplicitamente superiore a quello della maggioranza Hutu. Con l'indipendenza del Ruanda, questa situazione diede inizio a un'epoca di rivendicazioni da parte degli Hutu, in parte anche motivate dagli ideali di democrazia che gli stessi diplomatici belgi avevano introdotto presso la popolazione della colonia.
La crisi economica (dovuta tra l'altro al crollo del prezzo del caffè sui mercati internazionali) e la carestia che nel 1990 si abbatterono sul paese contribuirono ad alimentare queste tensioni. Nello stesso anno, molti profughi Tutsi fuggiti dal Ruanda nei decenni precedenti cominciarono a rientrare, in particolare dall'Uganda, dove andava definendosi in quegli anni una politica interna sempre più xenofoba.
La maggioranza Hutu del Ruanda, e lo stesso governo del paese, si opposero a questo rimpatrio, adducendo tra l'altro la motivazione che i Tutsi provenienti dall'Uganda erano ormai troppo lontani dalla realtà culturale e sociale ruandese, persino per motivi linguistici, essendo l'Uganda un paese anglofono e il Ruanda un paese francofono. Per sostenere in modo più efficace i propri diritti, i Tutsi rimpatriati si organizzarono in un'associazione politico-militare chiamata fronte patriottico ruandese, guidata dal generale maggiore Fred Rwigema.
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