IL TAPPETO DI NARCISI
Il viaggio incomincia già all’aeroporto e non è il solito viaggio. Parto per l’Argentina, in compagnia di una suora che da trent’anni ci vive e lavora come missionaria e ormai si sente “una del posto” più che italiana. Lei conosce molto bene quel territorio di grandi contraddizioni, e soprattutto, conosce la gente. E attraverso lei, spero anch'io di conoscere un po’ meglio questo paese. Non soggiornerò negli alberghi lussuosi delle grandi catene internazionali, ma nelle missioni, dove il contatto con la gente è molto diretto. Sbarcando, dopo quasi quattordici ore di volo, sento quella strana sensazione che mi prende ogni volta all'arrivo in un paese straniero, la voglia di conoscere, la percezione dei colori e dei profumi che avverto in tutta la loro intensità. E ancora più forte sento il desiderio di vedere, per catturare con gli occhi quanto più mi è possibile. Fuori, nel parcheggio, ci aspetta il Padre missionario con la Jeep, che ci porterà fino a Palo Santo, una missione sperduta nella provincia di Formosa, quasi al confine con il Paraguay. Padre Nacho, ci porta al convento delle missionarie della Consolata, dove pranziamo e dove torneremo per passare la notte; dopo, il pasto mi chiede se voglio vedere Buenos Aires. Così, andiamo in Avenida 9 de Julio, attorno a cui gravita il cuore pulsante della città. E’ impressionante il traffico, con una ressa selvaggia di automezzi, dove coletivos e taxi dai tetti gialli e neri saettano come fulmini; un andirivieni di persone, credo di tutte le razze, quasi ti risucchia nella scia e le vetrine colorate, con oggetti del genere più svariato sembrano scimmiottare il richiamo di antiche sirene. Ma, la Buenos Aires che il Padre vuole mostrarmi è un’altra, quella più povera, dove i bambini, troppo spesso, sono lasciati da soli, a badare a sé stessi ed ai fratelli più piccoli. Dopo questo giro, la voglia di conoscere della turista se ne è andata, che cosa abbia preso il suo posto è difficile da dire. Ma, il religioso capisce il mio stato d’animo e mi porta a vedere la parte moderna della città, e poi, ci spostiamo a San Telmo, un quartiere bohemien, frequentato da artisti ed intellettuali, pieno di negozi di antiquari che durante la siesta animano la plaza Dorrego. San Telmo è la sintesi storica della città dal 1700 ad oggi. La giornata è stata intensa e la stanchezza comincia a farsi sentire, così mi riaccompagna al convento, dove tornerà a prendere me e la suora, la mattina successiva alle 4.30. La tabella di marcia prevede una visita a Rosario, e dobbiamo riuscire a raggiungere la missione, dove ci fermeremo a dormire, prima che faccia buio, perché le strade sono pericolose, piste sterrate praticamente nel nulla, dove ci vuole fortuna e abilità per non spaccare la macchina, o se stessi, inoltre, l’illuminazione fuori dall'abitato è scarsa o assente del tutto. Quando arriviamo è quasi buio, ci stanno aspettando e per l’occasione hanno preparato un “churrasco”, una sorta di grigliata, ma più folkloristica. Gli spiedini, sono sostituiti da bastoni appuntiti, dove è stata infilata la carne, che sta cuocendo sul fuoco acceso nel cortile della missione. Le donne del posto hanno preparato il pane e l’acqua è stata depurata con le pastiglie che sanno di cloro. I bambini, una miriade, fanno festa, ridono e scherzano, e i ragazzi più grandi si sono organizzati per fare un po’ di musica, con dei bidoni, con delle latte, un paio di ragazzi hanno le chitarre e uno di loro ha un clarinetto che gli ha regalato un turista di passaggio. Donne, bambini, e pochissimi uomini. Salta agli occhi. Lavorano tutti fuori? No, non tutti. Alcuni si, sono costretti, a spostarsi per cercare lavoro, così lasciano le famiglie ed ogni tanto ricompaiono; molti altri, invece, hanno messo su famiglia, e poi sono andati via per cercare lavoro e non sono più tornati, così, molte ragazze si sono trovate da sole a dover sbarcare il lunario, magari con un figlio o due che non sanno come mantenere; in alcuni casi, al primo compagno ne è succeduto un secondo, poi un terzo, e ciascuno ha lasciato alla ragazza un figlio per ricordo. Ripartiamo dopo tre giorni, Padre Nacho passa in visita le missioni una volta al mese, per portare la posta ai religiosi, per sapere come vanno le cose, e se ci sono problemi urgenti da sbrigare. Oggi, la direzione è Santa Fe, dove faremo un’altra tappa. Costeggiamo il Paranà, dove il Chaco, il vasto bassopiano attraversato da fiumi dal corso lento e coperto da una prateria sparsa di arbusti, sembra aspettarci indolente. Tutto sembra svolgersi in un tempo rallentato, come un sogno ad occhi aperti, avvolti dal clima subtropicale. Il giorno successivo attraversiamo il Paranà e ci troviamo nella regione chiamata Entre Rios o Mesopotamia argentina, dove incontriamo la foresta tropicale, lussureggiante e immensa. Grandi spazi dove non c’è una casa, dove può anche succedere di non incontrare anima viva, per fortuna, nemmeno morta. Qui, inizia un secondo viaggio, più spirituale, dove è possibile guardarsi dentro con lucidità, dove il mondo che ti circonda ti stimola all'introspezione e contemporaneamente ti fa sentire parte di tutto ciò. Incomincio a capire dove possa avere origine la serenità che leggo negli occhi puri dei missionari, che passano in mezzo al dolore lo alleviano, lo condividono lo sopportano con dignità, e non ne diventano schiavi. In questo posto, è più facile avvicinarsi all'uomo in generale ed a sé stessi in particolare. Il viaggio termina qualche giorno dopo a Palo Santo, in questa piccola missione sperduta nella frontiera argentina, dove le ragazze del posto, istruite dalle suore missionarie, stanno diventando infermiere, di cui c’è tanto bisogno, dato che il dottore passa solo una volta alla settimana, sarte, cuoche, alcune anche suore.Me gusta quedarme aqui, aun yo sepa que el momento de volver llegarà demasiado pronto!
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